Breve testo argomentativo su Leopardi PDF Stampa E-mail
“È bene interrogarsi sul senso della vita, di sé, delle cose che accadono e ci circondano, come fa il Leopardi? Egli sostiene, pur amando molto la vita, che alla fine dei conti essa non abbia un senso. Tu cosa pensi di quello che dice il Leopardi?”

Indubbiamente, la consapevolezza di sé è una componente essenziale dell’essere uomini e donne, distinguendosi dallo stato vegetativo. Come disse Jack London, la giusta funzione di un uomo è di vivere, non di esistere. E per vivere pienamente è indispensabile porsi degli interrogativi, riflettere profondamente sulla propria essenza. Molti ignorano la propria spiritualità – intesa nell’accezione più generica del termine – o semplicemente non la reputano degna di attenzione, e conducono una vita superficiale e incompleta, spesso senza nemmeno accorgersene.
È un dato di fatto che tutti i maggiori personaggi della storia, tutti i pensatori che hanno creato dei cambiamenti notevoli nel mondo e nella storia, fossero soliti introspezionarsi e meditare a lungo sul proprio essere.
Infatti, difficilmente si può operare un cambiamento od un miglioramento nel mondo che ci circonda e in noi stessi se non ci conosciamo in profondità: ma per ottenere questo alto risultato, è assolutamente primario interrogarsi e cercare spasmodicamente, come i più tormentati e geniali artisti di tutti i tempi, risposte alle proprie domande.
Ma cosa c’è di male nel non porsi troppe domande, nel vivere alla giornata? In fondo la vita è una sola, e dobbiamo godercela. Perché sprecare tempo a riflettere su quesiti a cui forse non riusciremo mai a rispondere in modo soddisfacente?
Questo punto di vista parte da premesse giuste per arrivare a conclusioni a parer mio errate. Certo, la vita è una sola ed è molto breve, ma questo non significa che non meriti di essere vissuta pienamente e al massimo. Solo perché non possiamo sapere quanto ancora durerà o quale sia il suo senso, non significa che non chiederci nulla al riguardo ci dia una garanzia di felicità. Anzi, chi sceglie di vivere in modo superficiale, senza ricercare un senso, spesso arriverà ad un certo punto della sua vita dove si sentirà vuoto e perso, senza punti di riferimento fissi, senza certezze. Come si può essere in pace con la propria coscienza senza mai riflettere sul senso della propria esistenza qui, in questo mondo, in questo momento?
Il Leopardi, come altre geniali menti nella storia della letteratura, ha meditato a lungo su questa domanda esistenziale, arrivando a conclusioni pessimistiche e buie.
Questi punti di arrivo possono essere condivisibili, anche se dopo la stravolgente bellezza delle immagini offerteci dal poeta le immancabili fredde righe finali ci sembrano esagerate e eccessivamente senza speranza.
Il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è poeticamente e musicalmente travolgente, e si può scorgere un barlume di speranza: nonostante all’uomo no sia dato di comprendere il fine ultimo della propria esistenza, forse esso esiste, e questo è simboleggiato da una luna onnisciente. Nonostante questa visione, il Leopardi persevera nell’affermare che nella vita non è per gli esseri umani possibile comprendere a fondo il significato di ciò che gli succede, e che, a conti fatti, la vita non sia un bene, un dono, ma piuttosto una pena.
In realtà, io credo di comprendere, se non di condividere, il punto di vista del Leopardi. Egli, non credendo per diverse ragioni nell’esistenza di un Dio o  in ogni modo di un’entità superiore, trova difficile giustificare la propria esistenza e la propria coscienza: per quale motivo siamo al mondo se poi dobbiamo morire senza che rimanga nulla di noi? Al massimo, si può sperare di essere ricordati da altri uomini, piccoli ed inutili come lo siamo stati noi. Come si può trovare una motivazione alla propria esistenza se la cosa più moralmente benaccetta nella nostra società è aiutare il prossimo, e porgere questo aiuto serve solamente a perseverare nel glorificare e mettere al centro di tutto l’uomo, nella sua immensa piccolezza, nel suo inutile vivere per poi morire?
Con questi interrogativi, ritengo comprensibile le conclusioni cui giunge il Leopardi, pur propendendo per una visione più ottimistica del destino degli esseri umani, e credendo che possa esistere per gli uomini una vita di felicità, che se non è forse la risposta a tutti i propri quesiti esistenziali, è almeno una serenità interiore raggiungibile con un’adeguata coscienza di sé.