Europa e affinità Mediterranee: mito e modello PDF Stampa E-mail
Conferenza del ciclo Meditaeuropa tenuta dal Professore dell’Università di Firenze Scipione Guarracino in data 09-05-08

Fin dall’antichità il Mediterraneo è stato collegato ad un’immagine positiva, in quanto è sempre stato identificato con la sua capacità di creare delle “affinità” tra i diversi popoli, sorta di “inquilini” di uno stesso ambiente, di un mare, il Mediterraneo, che è in pratica una realtà a sé stante.
Questa “affinità” non si traduce ovviamente sempre in un’amicizia e in una alleanza dei popoli coinvolti ma piuttosto in un’unità di fondo, che potrebbe ad oggi essere presa come modello per un costruttivo rapporto tra Nord e Sud-Est dell’Europa odierna.
Molto spesso pensando al Mediterraneo e ad i rapporti che esso ha generato tra le diverse etnie, il pensiero corre al dialogo, alla pacificità tra i vicini, ma non è questa la caratteristica principale: l’Europa ha soprattutto un rapporto “particolare”, perché la sua culla risiede in un mare, e solo in quest’ottica può essere presa come esempio di buon vicinato.
Negli ultimi 20-25 anni si stanno moltiplicando le opere che trattano del ruolo storico del Mediterraneo, sia all’interno dell’Europa che fuori. Dalla lettura di questi testi si posso estrapolare alcune espressioni e definizioni ricorrenti molto significative: ad esempio “Il Mediterraneo è un ponte gettato tra diverse culture”, “Il Mediterraneo è un mosaico”, “Il Mediterraneo si oppone all’idea dello scontro tra civiltà”.
Un’opera americana del 1996 constata che per 100 anni il mondo era stato diviso da frontiere ideologiche, che avevano portato ad uno sparpaglìo di scontri locali, seguendo diversi criteri, sia religiosi che territoriali (un esempio: i punti di rottura causati dal contatto tra musulmani, induisti, cristiani e cinesi). A ciò viene da contrapporre il Mediterraneo, che invece neutralizza lo scontro tra civiltà.
Detto questo, due sono i punti da chiarire:
1) Questo Mediterraneo delle convergenze, delle fusioni, è un “mito” o è realmente esistito?
2) Ammesso che questo Mondo possa essere più realtà che mito, può esso servire come modello per i rapporti attuali tra Europa e Mediterraneo?
Alla prima domanda si può rispondere con relativa certezza che sì, il Mediterraneo dell’immaginario comune ha una solida base di verità.
Ai mediterranisti piace l’idea della millionarietà di questo mare, che non è solo un mito, ma riflette una realtà di scambi effettivi.
Ma non bisogna esagerare con le idealizzazioni: proprio in virtù degli scontri che hanno avuto luogo in questo teatro il Mediterraneo può definirsi un “ponte”.
(Cfr. Salvatore Bono, “Un altro Mediterraneo – Una storia comune tra scontri e integrazione”)
La verità è quindi probabilmente che i nuovi popoli che giungevano in questo territorio non si sono chiusi ma si sono scambiati informazioni, conoscenze, “cultura” nel senso più ampio del termine, sia direttamente che indirettamente. Questo rapporto fondato sullo scambio avrebbe dunque creato il mondo Mediterraneo. A riprova di questa posizione si possono sottilineare le numerose guerre di religione (ad esempio a Lepanto).
Ma si pone ora la necessità di chiarire in pratica che cosa si identifica con la parola Mediterraneo: esistono termini geografici e culturali.
Geograficamente si ha un’immagine del Mediterraneo racchiuso tra tre continenti (idea coltivata nella seconda metà del 19° secolo, ma che deriva dalla concezione greca antica del territorio).
Questi i tre ambienti: Asia (Medio Oriente), Africa (solo la parte settentrionale), Europa (la piccola parte conosciuta agli antichi).
Quindi anche l’idea di questo ponte ideale è in pratica piuttosto circoscritta.
Fino a dove il territorio può essere considerato Mediterraneo?
Probabilmente la scelta migliore è quella di contare le città sulle coste (circa 20) e prendere quelle come nucleo attorno al quale si sviluppa tutto lo spazio che si può considerare parte di questo calderone di cultura.
Esempi di città autenticamente mediterranee sono Beirut e San Nico.
Nella prima città l’equilibrio (seppur oggi distrutto al punto da portare ad una guerra civile) si è mantenuto intatto per secoli, pur ospitando 12 diversi gruppi etnici, 20 religioni differenti e quattro lingue.
La seconda è un altro esempio di integrazione dei popoli più svariati: nel 1492 ha accolto gli ebrei spagnoli, poi i turchi musilmani, i greci ortodossi, gli armeni, i genovesi… E a questi vanno aggiunti schiavi da ogni parte del mondo.
Purtroppo l’integrazione è stata definitivamente distrutta dal nazismo, con le deportazioni sistematiche che hanno poi dato il via a diverse vicende che hanno ora portato alla totale sparizione di quel mondo a cui oggi tanto si anela.
È comunque eccessivo parlare di “felice convergenza dei popoli” ovunque. In alcuni spazi è più appropriato parlare di convinvenza, piuttosto che di convergenza.
In realtà, dopo l’avvento del cristianesimo, la situazione si è ulteriomente complicata, tanto che si può dire che sotto questo aspetto della convergenza sia stato più ricco di esempi positivi il mondo musulmano e arabo; in Occidente si possono però menzionare le crociate.
Esse erano unicamente degli scontri di civiltà?
(Cfr. Natalie Zemon Davis, “La doppia vita di Leone l’africano”)
Nel testo di confronto a questa domanda si risponde di no: infatti qui si narra di un personagio storico di cui è documentato il frequente passare da un mondo all’altro, da una religione all’altra. L’integrazione e l’accettazione della diversità presenti allora erano quindi molto alte.
È quindi vero che “I Musulmani non divisero solo ma crearono legami”.
(Cfr. Giovanni Ricci, “I turchi alle porte”)
In questo libro preso in considerazione è offerto un ritratto della visione dei pirati turchi da parte degli italiani, attraverso il quale si può concludere che ci fu un’inevitabile contrapposizione militare e religiosa, ma che si svilupparono nonostante ciò degli accordi pacifici, e che la realtà quotidiana non fu ideologizzante ma comunque costruttiva, come è evidenziato nell’opera collettiva “Alternativa Mediterranea”, un testo anti-americano che crede nel Mediterraneo come modello di riferimento di integrazione positiva fra i popoli.
Questa complicata situazione di integrazione-scontro è di difficile comprensione, nell’immediato, in quanto gli esempi di rapporti bellicosi fra le varie popolazioni presenti sul territorio sono numerosissimi, ma con un’attenta analisi si possono individuare le prove di questa tesi: anche una città come Venezia, sempre in guerra contro Egitto e Ottomani, era spinta in questi scontri solo da motivazioni economiche, non ideologiche (che avrebbero invece denunciato una rottura interna al Mediterraneo).
Questo mare è dunque un “corona” di città, legate principalmente economicamente, ma che mantiene intatta una propria identità e fornisce una convivenza conveniente e piacevole.
La conclusione per questo primo quesito è quindi che il concetto di Mediterraneo delle convergenze è sì idealizzato, ma affonda comunque le proprie radici nella realtà.
La seconda domanda è di più difficile risoluzione. Molto spesso si afferma che l’Europa ha la tendenza ad autoesaltarsi (sia culturalmente che scientificamente e politicamente), una tendenza effettivamente presente e riconoscibile in molti comportamenti tipicamente europei ma che è allo stesso tempo infondata.
Ciò non significa che questa inclinazione all’autoesaltazione abbia avuto solo effetti negativi e non abbia invece avuto qualche ripercussione positiva.
Questa e molte altre cose vanno infatti interpretate prendendo in considerazione il fatto che l’unità europea, a differenza di quella meditteranea, è molto artificiosa, non comprendendo solo le città litoranee o del lieve entroterra, bensì una porzione molto più grande ed eterogenea del continente.
All’interno di questa “unità” sono infatti presenti numerose rotture, come ad esempio l’abisso tra la cultura dell’Europa mediterranea e quella continentale, e l’inseguimento della prima parte alla seconda, dopo essersi trovata in una situazione di sottosviluppo economico.
Un’altra problematica caratteristica di questa nuova Europa è che in passato le varie popolazioni si “mediterraneizzavano”, mentre con inglesi e francesi la tendenza si è invertita, con un massiccio colonialismo volto a mutare le condizioni di vita locali in modo brutale.
Questa tendenza è anche sottolineata nel 1953 da Marx, che nota come in India, nella storia, tutti gli invasori, pur essendo molto numerosi, finivano nei lunghi periodi per “induizzarsi”, mentre da parte degli inglesi era fortissimo il rifiuto verso questa diversa cultura.
Un’ulteriore causa di crisi del Mediterraneo risiede nella nascita del nazionalismo in seguito alla formazione di imperi multiterritoriali. Questa ideologia ha la tendenza a scindere anche ciò che è da secoli confuso, operando una pesante pulizia etnica. Ed ecco che hanno luogo scontri sanguinosi e radicali, come le guerre di religione.
L’Europa si allarga, dopo la seconda guerra mondiale, attraverso le ben note tappe di annessione di Stati all’Unione Europea (unione prima materiale e poi ideologica).
Gli stati vengono annessi gradualmente, fino all’annessione nel 1981 e nel 1986 di Grecia, Spagna e Portogallo (gli ultimi stati che si possono propriamente definire facenti parte del Mediterraneo), che non erano ancora stati accettati nell’Unione in quanto dittatoriali.
Si arriva quindi all’annessione di Austria, Finlandia e Svezia, perdendo completamente la dimensione legata al Mare Nostrum romano.
Nel 2004 altri 10 stati sono stati inglobati in questa vantaggiosa unione, 8 “europei” e 2 “mediterranei”: Malta (storicamente un crocevia per le comunicazioni e gli scambi nel Mediterraneo) e Cipro, geograficamente facente parte dell’Asia, dove ultimamente si è riaperto un dialogo con la Turchia (che sia una rinascita del “vecchio” Mediterraneo?).
Nonostante alcuni segnali positivi che si possono riscontrare, seguire il “modello” mediterraneo al giorno d’oggi si rivela pressoché impossibile, in quanto l’Europa si sta slegando sempre più dal concetto della culla originaria di questa civiltà, ossia il mare, trovandosi quindi a dover affrontare pesanti differenze tra Nord e Sud-Est di questo territorio.